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La storia di Frida Kahlo: così nasce un’icona. La mostra a Bologna a Palazzo Pepoli

Bologna, 31 marzo 2026 – Si è aperta a Bologna, nelle sale di Palazzo Pepoli, la mostra ’Frida Kahlo. Lo sguardo come identità’, una serie di 70 fotografie originali firmate da Edward Weston, Lucienne Bloch, Lola Alvarez Bravo, Julien Levy, Nickolas Muray, Giselle Freund, Imogen Cunningham, Leo Matiz, Bernard Silberstein e Graciela Iturbide. Scatti che ci restituiscono la celebre artista e attivista messicana – la sua riscoperta è avvenuta negli anni Ottanta del Novecento – divenuta col tempo un’icona spesso svuotata di contenuto, ma poi ripresa nella sua sfaccettata ricchezza per divenire riflessione su identità, genere, rappresentazione del sé. La mostra segna anche il ritorno di Ono Arte – realtà ancora radicata a Bologna ma operante da tempo fuori dalle mura – alla curatela nella nostra città, di un progetto sulla fotografia, come racconta Vittoria Mainoldi.

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Mainoldi, che mostra proponete su Frida Kahlo, artista di cui già vi siete occupati? “È vero, ce ne siamo occupati e a voler essere sinceri, forse troppo. Perché Frida è una figura amatissima ma un po’ inflazionata. La prima mostra che facemmo dedicata a lei, con le foto di Leo Matiz, fu 10 anni fa e ci aprì le porte al ’fenomeno Kahlo’, più come persona che artista. Negli anni abbiamo curato varie esposizioni in Italia, lavorato con l’archivio di Nickolas Muray, e tutte le volte ci confrontavamo col mondo che gira attorno a lei. Potrei parlare, senza esagerare, di fermento religioso: è come se il suo pubblico affezionato fosse una setta. La sua immagine si è un po’ appiattita, la Frida Kahlo Foundation ha affermato recentemente che la sua figura è stata estremamente sfruttata a livello commerciale, in un’esagerata produzione di merchandising. Noi ci siamo quindi chiesti se la stessa Frida Kahlo, da viva, avesse in qualche modo contribuito alla mitizzazione di se stessa”.

Che risposta vi siete dati? “La mostra lascia la domanda aperta all’interpretazione degli storici e del pubblico, ma noi ci sentiamo di suggerire una risposta: perché in effetti amava essere fotografata, e faccio fatica a pensare a personaggi del mondo dell’arte – a parità di periodo storico – che siano stati immortalanti da un obiettivi quanto lei. Ed era molto diversa a seconda dell’occhio che la fotografava. Era figlia di un fotografo e già davanti all’obiettivo del padre ha imparato il potere dell’immagine. È una donna che dell’autoritratto e del costume ha fatto largo uso nella sua arte”.

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Ha certamente anticipato la moda oggi dilagante. “Proprio così e forse un’altra risposta che ci viene suggerita è che fosse veramente avanti coi tempi, e la sua riscoperta negli anni Ottanta, è probabilmente avvenuta perché era per i tempi già contemporanea. E la mostra vuole ragionare quindi che sì, Frida è diventata un’icona, è dappertutto, ma in qualche modo la creazione di questo risiede in lei stessa. Una mostra così la proponiamo per la prima volta a Bologna”.

Quindi la mostra non avrà merchandising. “No, non ne avrà. Ci sarà dell’editoria e forse, più avanti, una sorpresa”.

Come avete scelto i fotografi da esporre? “Sono tra i più importanti del Novecento, e anche nomi che sono legati particolarmente all’artista, come Mouray, Alvarez Bravo, Julien Levy che è stato anche il primo gallerista di Frida e la immortalò in foto molto intime. E poi l’unica fotografa ancora vivente, con cui concludiamo la mostra in assenza di Frida Kahlo, ovvero la grande fotografa messicana Graciela Iturbide che ha immortalato la stanza da bagno della Casa Azul, rimasta chiusa per 50 anni, dove lei aveva chiesto di conservare tutti i suoi beni, dalla protesi ai bustini e fino alla camicia da casa macchiata di sangue”.

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